Nel 1697, le voci “Manichei” e “Pauliciani” della prima edizione del Dictionnaire historique et critique di Pierre Bayle infiammano improvvisamente il dibattito filosofico-teologico sulla bontà e sull’unicità di Dio. Bayle provocatoriamente si professa manicheo, spiegando che, se sotto il profilo delle ragioni a priori, le idee di ordine e armonia depongono a favore di un Dio unico, infinito, onnipotente e perfettamente dotato, tuttavia, le ragioni a posteriori mostrano l’esatto contrario: «solo l’uomo, questo capolavoro del suo creatore, fra tutte le cose visibili, l’uomo solo, dico, fornisce alcune gravi obiezioni contro l’unità di Dio» (Dictionnaire, X, p. 196). L’essere umano, infatti, in quanto prodotto della commistione di virtù e malvagità, felicità e sventura, si configura come la prova più evidente a sostegno delle tesi manichee. Riemerge impellente, dunque, la domanda di Boezio: «si quidem Deus unde mala? Bona vero unde, si non est?» (De Consolatione, I, §4). Tentativi di una plausibile teodicea si ritrovano in tutta l’Europa continentale e anche oltremanica. Leibniz riprende alcuni appunti sparsi, li integra con nuove intuizioni che matura in seguito alle conversazioni sul tema con la regina di Prussia Sophie Charlotte e, su sollecitazione di questa, inizia la stesura dei Saggi di Teodicea. Riprendendo l’ipotesi agostiniana secondo cui il male sarebbe solo privatio boni (Confessiones VII, §12), Leibniz sostiene che Dio non ne sia causa efficiente, ma che tale privazione sia legata alla imperfezione costitutiva dell’essere umano. Dio crea il bene e, pur potendo evitarlo, permette il male nel mondo in vista dell’optimum (Teodicea, §21). Tra il 1699 e il 1701 escono i Parrhasiana di Jean Le Clerc, in cui al manicheismo bayliano è contrapposta la posizione origenista, secondo la quale le pene divine per i mali fisici e morali saranno solo temporanee e al termine di queste ciascuna creatura, anche i dannati, potrà godere della felicità eterna (Parrhasiana, I, pp. 301-314). In Inghilterra, William King pubblica il De origine mali (1702), testo che incontra una solo parziale approvazione da parte di Leibniz, che invece ne prende le distanze circa l’idea di libertà d’indifferenza e di male morale. L’opera di King sarà tradotta in inglese nel 1758 da Edmund Law con l’aggiunta di corpose note e appendici, che ne raddoppieranno il volume. Nel 1706 anche Isaac Jacquelot interviene nella controversia col suo Examen de la théologie de M. Bayle, della quale critica la netta separazione tra il piano della fede e quello della ragione, con conseguente sottomissione di quella a questa. Nel 1749 la controversia arriva anche nel Regno di Napoli, allorché il calabrese Francesco Antonio Piro, frate dell’ordine dei Minimi, pubblica il suo Della origine del male in aperta opposizione al dualismo manicheo di Bayle. Piro sostiene che vi sia un unico creatore, eterno, sommamente buono e dotato di ogni perfezione: Dio. Egli è altresì l’autore del bene e permette il male, in quanto necessario all’esercizio della virtù morale. Piro ritiene che l’uomo sia stato creato libero, ossia dotato di «libertà d’indifferenza al bene ed al male» (Della origine del male, p. 63), la quale libertà è «necessaria pel merito e demerito delle azioni umane» (ivi, p. 61), e che «la permissione del peccato sia necessaria alla produzione della virtù», perché l’uomo è stato creato moralmente incline verso l’ottimo, ma deve scegliere liberamente di perseguirlo (ivi, pp. 69-70). In questo senso, la presenza del male non pregiudica la bontà di Dio, il quale permette il peccato solo affinché l’uomo possa esercitare la propria virtù morale. Un anno dopo, nel 1750, esce la De origine mali dissertatio di Francesco Maria Spinelli, principe di Scalea e allievo di Gregorio Caloprese. Spinelli manifesta una certa insoddisfazione verso l’interpretazione del corregionale Piro, ritenendo che la ragione del male nel mondo non debba essere ascritta alla correlazione fra la permissione del peccato e l’esercizio della virtù morale, ma solo nell’imperfetto uso della volontà da parte delle creature. Dio, in quanto perfettissimo, non può essere l’autore del male, perché la sua volontà pura e perfettissima è rivolta solo al bene. Le sue creature, invece, in quanto imperfette, spesso abusano della loro libertà d’indifferenza e anziché volgere la volontà verso Dio, la rivolgono su se stesse, alimentando un amore cieco, un «impeto di volontà che fa di se stessa il suo proprio fine», che si connota come «la fonte e l’origine del male» (De origine mali dissertatio, pp. XVII-XVIII). L’accesa polemica fra Piro e Spinelli che ne segue avrà eco in tutta Italia grazie all’attenzione che le rivolge Giovanni Lami, il quale ne riporta i termini nelle Novelle letterarie di quello stesso anno (Novelle letterarie, vol XII, col. 206; col. 360). Anche Antonio Genovesi dedica al De origine malorum la Dissertatio IV, presente nel tomo quinto della quarta edizione dei suoi Disciplinarum metaphysicarum elementa (1763), in cui menziona esplicitamente Francesco Antonio Piro per il suo grande ingegno e la vasta erudizione con cui presenta il suo sistema anti-manicheo (Disciplinarum metaphysicarum elementa, V, p. 330). Tuttavia, nella Logica per gli giovinetti, egli precisa che la questione teologico-metafisica se Dio abbia permesso il male è «insolubile», per cui, anziché perder tempo a cercarvi una soluzione metafisica inarrivabile all’uomo, sarebbe meglio individuare «una soluzione morale la più a noi verisimile; e vorrebb’essere quella che più potesse giovare a sostenere la virtù e la vita degli uomini» (Logica e Metafisica, p. 255).

Francesco Antonio Piro. Questioni di teodicea nell’Italia meridionale del Settecento

DE TOMMASO, Emilio Maria
Writing – Original Draft Preparation
2022

Abstract

Nel 1697, le voci “Manichei” e “Pauliciani” della prima edizione del Dictionnaire historique et critique di Pierre Bayle infiammano improvvisamente il dibattito filosofico-teologico sulla bontà e sull’unicità di Dio. Bayle provocatoriamente si professa manicheo, spiegando che, se sotto il profilo delle ragioni a priori, le idee di ordine e armonia depongono a favore di un Dio unico, infinito, onnipotente e perfettamente dotato, tuttavia, le ragioni a posteriori mostrano l’esatto contrario: «solo l’uomo, questo capolavoro del suo creatore, fra tutte le cose visibili, l’uomo solo, dico, fornisce alcune gravi obiezioni contro l’unità di Dio» (Dictionnaire, X, p. 196). L’essere umano, infatti, in quanto prodotto della commistione di virtù e malvagità, felicità e sventura, si configura come la prova più evidente a sostegno delle tesi manichee. Riemerge impellente, dunque, la domanda di Boezio: «si quidem Deus unde mala? Bona vero unde, si non est?» (De Consolatione, I, §4). Tentativi di una plausibile teodicea si ritrovano in tutta l’Europa continentale e anche oltremanica. Leibniz riprende alcuni appunti sparsi, li integra con nuove intuizioni che matura in seguito alle conversazioni sul tema con la regina di Prussia Sophie Charlotte e, su sollecitazione di questa, inizia la stesura dei Saggi di Teodicea. Riprendendo l’ipotesi agostiniana secondo cui il male sarebbe solo privatio boni (Confessiones VII, §12), Leibniz sostiene che Dio non ne sia causa efficiente, ma che tale privazione sia legata alla imperfezione costitutiva dell’essere umano. Dio crea il bene e, pur potendo evitarlo, permette il male nel mondo in vista dell’optimum (Teodicea, §21). Tra il 1699 e il 1701 escono i Parrhasiana di Jean Le Clerc, in cui al manicheismo bayliano è contrapposta la posizione origenista, secondo la quale le pene divine per i mali fisici e morali saranno solo temporanee e al termine di queste ciascuna creatura, anche i dannati, potrà godere della felicità eterna (Parrhasiana, I, pp. 301-314). In Inghilterra, William King pubblica il De origine mali (1702), testo che incontra una solo parziale approvazione da parte di Leibniz, che invece ne prende le distanze circa l’idea di libertà d’indifferenza e di male morale. L’opera di King sarà tradotta in inglese nel 1758 da Edmund Law con l’aggiunta di corpose note e appendici, che ne raddoppieranno il volume. Nel 1706 anche Isaac Jacquelot interviene nella controversia col suo Examen de la théologie de M. Bayle, della quale critica la netta separazione tra il piano della fede e quello della ragione, con conseguente sottomissione di quella a questa. Nel 1749 la controversia arriva anche nel Regno di Napoli, allorché il calabrese Francesco Antonio Piro, frate dell’ordine dei Minimi, pubblica il suo Della origine del male in aperta opposizione al dualismo manicheo di Bayle. Piro sostiene che vi sia un unico creatore, eterno, sommamente buono e dotato di ogni perfezione: Dio. Egli è altresì l’autore del bene e permette il male, in quanto necessario all’esercizio della virtù morale. Piro ritiene che l’uomo sia stato creato libero, ossia dotato di «libertà d’indifferenza al bene ed al male» (Della origine del male, p. 63), la quale libertà è «necessaria pel merito e demerito delle azioni umane» (ivi, p. 61), e che «la permissione del peccato sia necessaria alla produzione della virtù», perché l’uomo è stato creato moralmente incline verso l’ottimo, ma deve scegliere liberamente di perseguirlo (ivi, pp. 69-70). In questo senso, la presenza del male non pregiudica la bontà di Dio, il quale permette il peccato solo affinché l’uomo possa esercitare la propria virtù morale. Un anno dopo, nel 1750, esce la De origine mali dissertatio di Francesco Maria Spinelli, principe di Scalea e allievo di Gregorio Caloprese. Spinelli manifesta una certa insoddisfazione verso l’interpretazione del corregionale Piro, ritenendo che la ragione del male nel mondo non debba essere ascritta alla correlazione fra la permissione del peccato e l’esercizio della virtù morale, ma solo nell’imperfetto uso della volontà da parte delle creature. Dio, in quanto perfettissimo, non può essere l’autore del male, perché la sua volontà pura e perfettissima è rivolta solo al bene. Le sue creature, invece, in quanto imperfette, spesso abusano della loro libertà d’indifferenza e anziché volgere la volontà verso Dio, la rivolgono su se stesse, alimentando un amore cieco, un «impeto di volontà che fa di se stessa il suo proprio fine», che si connota come «la fonte e l’origine del male» (De origine mali dissertatio, pp. XVII-XVIII). L’accesa polemica fra Piro e Spinelli che ne segue avrà eco in tutta Italia grazie all’attenzione che le rivolge Giovanni Lami, il quale ne riporta i termini nelle Novelle letterarie di quello stesso anno (Novelle letterarie, vol XII, col. 206; col. 360). Anche Antonio Genovesi dedica al De origine malorum la Dissertatio IV, presente nel tomo quinto della quarta edizione dei suoi Disciplinarum metaphysicarum elementa (1763), in cui menziona esplicitamente Francesco Antonio Piro per il suo grande ingegno e la vasta erudizione con cui presenta il suo sistema anti-manicheo (Disciplinarum metaphysicarum elementa, V, p. 330). Tuttavia, nella Logica per gli giovinetti, egli precisa che la questione teologico-metafisica se Dio abbia permesso il male è «insolubile», per cui, anziché perder tempo a cercarvi una soluzione metafisica inarrivabile all’uomo, sarebbe meglio individuare «una soluzione morale la più a noi verisimile; e vorrebb’essere quella che più potesse giovare a sostenere la virtù e la vita degli uomini» (Logica e Metafisica, p. 255).
978-88-5509-417-7
978-88-5509-418-4
Piro, Teodicea, Leibniz
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.11770/337522
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