Nate a partire dai primi anni Cinquanta, le partiture grafiche e semi-grafiche di Feldman si collocano agli albori delle pratiche compositive basate sull’indeterminazione. Sebbene le esperienze del compositore statunitense in questo campo sarebbero state destinate a rimanere in parte nel cono d’ombra di quelle di Cage, il suo apporto è fondamentale e per molti versi profondamente differente da quello dell’amico compositore. Per molto tempo l’interesse analitico rivolto verso questo settore del catalogo di Feldman è stato molto limitato, in ragione di due diverse motivazioni: da un lato la generale refrattarietà delle composizioni parzialmente determinate ad essere sottoposte a una indagine analitica strutturale, condotta tramite paradigmi tradizionali; dall’altro la diffusa convinzione della completa asistematicità del metodo compositivo di Feldman e della conseguente assenza di principi compositivi generali, tali da poter essere portati alla luce da uno studio di tipo analitico. Una convinzione che fu alimentata dal compositore stesso, il quale non fornì mai informazioni approfondite circa il suo metodo compositivo e che in veste di didatta diede sempre scarsa importanza alla disciplina dell’analisi musicale. Alcune più recenti ricerche (in particolare Noble, 2013 e Cline, 2016) hanno però messo in luce come non sia per nulla impossibile condurre uno studio comparativo delle diverse opere aleatorie di Feldman, finalizzato all’individuazione di relazioni strutturali rispondenti a medesimi principi. Quello che emerge dai più recenti approcci analitici è una tensione tra gli elementi di arbitrarietà e le strategie di controllo dell’organizzazione strutturale messe in atto dal compositore. Ad esempio, nel brano per pianoforte intitolato Intermission 6 (1953) l’assenza di determinazione delle durate dei suoni è controbilanciata dalla richiesta del compositore di eseguire tutte le note il più piano possibile e di farle risuonare fino al loro naturale decadimento, con il risultato di una determinazione indiretta delle loro durate, secondo la funzione che mette in relazione la frequenza di una determinata corda del pianoforte e la durata del suono da essa prodotto. In linea generale, dai risultati di questi studi emerge lo stretto legame di continuità tra le partiture grafiche di Feldman e le opere affidate dal compositore alla notazione tradizionale, tanto che in alcuni casi è possibile provare a estendere alcune conclusioni emergenti dall’analisi di opere non aleatorie all’ambito delle opere aleatorie. Ad esempio, la tendenza da parte di Feldman a impiegare proporzioni costruttive ricorrenti, dimostrabile in varie opere non aleatorie, è rinvenibile anche all’interno dell’ambito degli elementi determinati delle opere aleatorie; un dato, questo, che suggerisce quindi un notevole grado di omogeneità fra le due tipologie di composizione. Questo elemento è certamente legato a un principio fondamentale dello stile di Feldman, imprescindibile nella descrizione della sua musica, ovvero l’attenzione rivolta all’aspetto visivo, da lui considerato un fattore determinante nella strutturazione delle sue partiture (sia grafiche che non) e concettualizzato tramite la metafora della partitura come “time canvas”, concetto che è alla base della costruzione di rapporti di relazione tra il parametro del tempo e la sua rappresentazione spaziale. La prospettiva aperta da queste nuove metodologie d’indagine è quella di un ampliamento del ventaglio di strumenti analitici disponibili per lo studio di repertori musicali basati sull’indeterminazione, anche nell’ottica di una futura proposta di modelli teorici generali, formulati appositamente per questi specifici repertori.

Temporalità e spazialità nelle partiture grafiche di Morton Feldman

targa
2022-01-01

Abstract

Nate a partire dai primi anni Cinquanta, le partiture grafiche e semi-grafiche di Feldman si collocano agli albori delle pratiche compositive basate sull’indeterminazione. Sebbene le esperienze del compositore statunitense in questo campo sarebbero state destinate a rimanere in parte nel cono d’ombra di quelle di Cage, il suo apporto è fondamentale e per molti versi profondamente differente da quello dell’amico compositore. Per molto tempo l’interesse analitico rivolto verso questo settore del catalogo di Feldman è stato molto limitato, in ragione di due diverse motivazioni: da un lato la generale refrattarietà delle composizioni parzialmente determinate ad essere sottoposte a una indagine analitica strutturale, condotta tramite paradigmi tradizionali; dall’altro la diffusa convinzione della completa asistematicità del metodo compositivo di Feldman e della conseguente assenza di principi compositivi generali, tali da poter essere portati alla luce da uno studio di tipo analitico. Una convinzione che fu alimentata dal compositore stesso, il quale non fornì mai informazioni approfondite circa il suo metodo compositivo e che in veste di didatta diede sempre scarsa importanza alla disciplina dell’analisi musicale. Alcune più recenti ricerche (in particolare Noble, 2013 e Cline, 2016) hanno però messo in luce come non sia per nulla impossibile condurre uno studio comparativo delle diverse opere aleatorie di Feldman, finalizzato all’individuazione di relazioni strutturali rispondenti a medesimi principi. Quello che emerge dai più recenti approcci analitici è una tensione tra gli elementi di arbitrarietà e le strategie di controllo dell’organizzazione strutturale messe in atto dal compositore. Ad esempio, nel brano per pianoforte intitolato Intermission 6 (1953) l’assenza di determinazione delle durate dei suoni è controbilanciata dalla richiesta del compositore di eseguire tutte le note il più piano possibile e di farle risuonare fino al loro naturale decadimento, con il risultato di una determinazione indiretta delle loro durate, secondo la funzione che mette in relazione la frequenza di una determinata corda del pianoforte e la durata del suono da essa prodotto. In linea generale, dai risultati di questi studi emerge lo stretto legame di continuità tra le partiture grafiche di Feldman e le opere affidate dal compositore alla notazione tradizionale, tanto che in alcuni casi è possibile provare a estendere alcune conclusioni emergenti dall’analisi di opere non aleatorie all’ambito delle opere aleatorie. Ad esempio, la tendenza da parte di Feldman a impiegare proporzioni costruttive ricorrenti, dimostrabile in varie opere non aleatorie, è rinvenibile anche all’interno dell’ambito degli elementi determinati delle opere aleatorie; un dato, questo, che suggerisce quindi un notevole grado di omogeneità fra le due tipologie di composizione. Questo elemento è certamente legato a un principio fondamentale dello stile di Feldman, imprescindibile nella descrizione della sua musica, ovvero l’attenzione rivolta all’aspetto visivo, da lui considerato un fattore determinante nella strutturazione delle sue partiture (sia grafiche che non) e concettualizzato tramite la metafora della partitura come “time canvas”, concetto che è alla base della costruzione di rapporti di relazione tra il parametro del tempo e la sua rappresentazione spaziale. La prospettiva aperta da queste nuove metodologie d’indagine è quella di un ampliamento del ventaglio di strumenti analitici disponibili per lo studio di repertori musicali basati sull’indeterminazione, anche nell’ottica di una futura proposta di modelli teorici generali, formulati appositamente per questi specifici repertori.
9788832936216
Morton Feldman, partitura grafica, indeterminazione musicale
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.11770/340204
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