Il saggio propone una lettura scettica del costituzionalismo contemporaneo, muovendo dalla sua originaria funzione di limitazione e controllo del potere per interrogare le trasformazioni che ne hanno progressivamente modificato la natura teorica e politica. Nato come argine all’arbitrio, il costituzionalismo tende oggi a presentarsi non soltanto come tecnica di garanzia, ma come orizzonte normativo autosufficiente, spesso sottratto alla discussione critica e investito di una funzione quasi salvifica. Attraverso il confronto con alcune interpretazioni centrali del dibattito giuridico-politico angloamericano, da Judith N. Shklar a Martin Loughlin, il lavoro mette in luce le ambivalenze di una dottrina che, mentre pretende di custodire la democrazia, può anche ostacolarne la vitalità politica, trasferendo quote crescenti di decisione dalle sedi rappresentative a istanze giudiziarie, tecnocratiche o sovranazionali. Particolare attenzione è dedicata al rapporto tra costituzione scritta, legalismo, "judicial review", democrazia costituzionale e costituzionalismo globale. Ne emerge la critica di un paradigma che, celebrando l’universalismo dei diritti e la neutralizzazione giuridica del conflitto, rischia di smarrire il nesso essenziale tra diritto, Stato, sovranità e concreta appartenenza politica. Il costituzionalismo, in questa prospettiva, non viene respinto nella sua funzione prudenziale e limitativa, ma ricondotto entro i suoi confini storici e politici, contro ogni sua trasformazione in ideologia depoliticizzante.
Il costituzionalismo come ideologia: considerazioni scettiche
Pupo Spartaco
2026-01-01
Abstract
Il saggio propone una lettura scettica del costituzionalismo contemporaneo, muovendo dalla sua originaria funzione di limitazione e controllo del potere per interrogare le trasformazioni che ne hanno progressivamente modificato la natura teorica e politica. Nato come argine all’arbitrio, il costituzionalismo tende oggi a presentarsi non soltanto come tecnica di garanzia, ma come orizzonte normativo autosufficiente, spesso sottratto alla discussione critica e investito di una funzione quasi salvifica. Attraverso il confronto con alcune interpretazioni centrali del dibattito giuridico-politico angloamericano, da Judith N. Shklar a Martin Loughlin, il lavoro mette in luce le ambivalenze di una dottrina che, mentre pretende di custodire la democrazia, può anche ostacolarne la vitalità politica, trasferendo quote crescenti di decisione dalle sedi rappresentative a istanze giudiziarie, tecnocratiche o sovranazionali. Particolare attenzione è dedicata al rapporto tra costituzione scritta, legalismo, "judicial review", democrazia costituzionale e costituzionalismo globale. Ne emerge la critica di un paradigma che, celebrando l’universalismo dei diritti e la neutralizzazione giuridica del conflitto, rischia di smarrire il nesso essenziale tra diritto, Stato, sovranità e concreta appartenenza politica. Il costituzionalismo, in questa prospettiva, non viene respinto nella sua funzione prudenziale e limitativa, ma ricondotto entro i suoi confini storici e politici, contro ogni sua trasformazione in ideologia depoliticizzante.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


