Che cosa significa scrivere il reale? Non trascriverlo, non documentarlo, ma dargli una forma che ne mostri l’irriducibile resistenza a ogni rappresentazione compiuta. È questa la domanda che attraversa il libro dall’inizio alla fine, e che trova nel cinema documentario il suo territorio d’elezione. Attraverso nove capitoli e altrettante declinazioni del concetto di scrittura – la formalizzazione e la sua impasse, la mano che disegna, il corpo che si espone, il diario, la lettera, l’archivio, il racconto mitico, il montaggio, il video-saggio – il libro costruisce un percorso che va da Bazin e Badiou fino alle immagini generate dall’intelligenza artificiale, passando per Ejzenštejn, Derrida, Marker, Pasolini, Varda, Kluge, Carrère, Ernaux, Farrokhzad, Guzmán e molti altri. Non un manuale di teoria del documentario, ma una cartografia aperta: ogni capitolo è un saggio, nel senso rivendicato da Adorno, che pensa con il proprio oggetto invece di classificarlo. Il risultato è una riflessione sul cinema del reale che è anche, inevitabilmente, una riflessione sul tempo presente – su cosa significhi fare, guardare e pensare immagini oggi, quando la mano che manca dalle immagini artificiali rivela, per contrasto, cosa c’era in ogni inquadratura, che non è mai solo documento.

La scrittura del reale. Il documentario come forma letteraria

D. Dottorini
2026-01-01

Abstract

Che cosa significa scrivere il reale? Non trascriverlo, non documentarlo, ma dargli una forma che ne mostri l’irriducibile resistenza a ogni rappresentazione compiuta. È questa la domanda che attraversa il libro dall’inizio alla fine, e che trova nel cinema documentario il suo territorio d’elezione. Attraverso nove capitoli e altrettante declinazioni del concetto di scrittura – la formalizzazione e la sua impasse, la mano che disegna, il corpo che si espone, il diario, la lettera, l’archivio, il racconto mitico, il montaggio, il video-saggio – il libro costruisce un percorso che va da Bazin e Badiou fino alle immagini generate dall’intelligenza artificiale, passando per Ejzenštejn, Derrida, Marker, Pasolini, Varda, Kluge, Carrère, Ernaux, Farrokhzad, Guzmán e molti altri. Non un manuale di teoria del documentario, ma una cartografia aperta: ogni capitolo è un saggio, nel senso rivendicato da Adorno, che pensa con il proprio oggetto invece di classificarlo. Il risultato è una riflessione sul cinema del reale che è anche, inevitabilmente, una riflessione sul tempo presente – su cosa significhi fare, guardare e pensare immagini oggi, quando la mano che manca dalle immagini artificiali rivela, per contrasto, cosa c’era in ogni inquadratura, che non è mai solo documento.
2026
978-88-9314-572-5
Documentario, teoria del cinema, filosofia e cinema, teoria della narrazione
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.11770/414961
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