Nel seguente saggio prenderò in esame Cavalo Dinheiro (2014) di Pedro Costa, caso emblematico al fine di attuare una riflessione sull’incomunicabilità e sui limiti della rappresentazione (irrappresentabilità) dell’esperienza traumatica. Rifiutando di insistere sulla natura incontrovertibile e univoca degli eventi in favore di una forma di conoscenza frammentaria, mettendo in sospensione la distinzione tra reale e immaginario, visibile e invisibile, presenza e assenza, vita e morte, il film segue il protagonista Ventura, personaggio simbolo della filmografia del regista portoghese, bloccato in uno stadio di paralisi, addentrarsi, immergersi e perdersi, per poi forse ritrovarsi, una coazione a ripetere, in paesaggi spettrali, foreste, ospedali psichiatrici, ambulatori, corridoi, dimensioni labirintiche della propria memoria traumatica. Le apparizioni, visioni, alterazioni che lo perseguitano sottolineano e rimarcano lo stato di delirio, irrazionalità, deformazione e frantumazione provocati dall’esperienza traumatica. L’uomo è “posseduto” dai fantasmi del passato, i fantasmi della Storia, che diventano simboli di un «passato traumatico le cui tracce rimangono per attestare una mancanza di testimonianza» (Luckhurst, 2014), morti durante l’atto di testimoniare, corpi senza una sepoltura. Il fantasma diventa figurazione della sofferenza, della violenza, del terrore, della repressione, residuo di un evento orrorifico, di un’esperienza traumatica, ritornato da un passato impossibile da dimenticare. Ventura si fa testimone incarnando la propria storia, quella di un migrante che ha abbandonato la propria la casa andata in rovina, che si interseca con quella di una nazione intera, il Portogallo, la mancata Rivoluzione dei Garofani, che nonostante abbia portato alla caduta di Salazar, ha portato anche oppressioni, emarginazioni per gli uomini e per le donne arrivati dalle ex colonie africane. Facendo riferimento al quadro teorico dei trauma studies, in linea con la con la critica postmoderna della tradizione storiografica, il mio intento è quello di mostrare come il cinema, prendendo un caso di studi specifico, possa attuare una ri-configurazione, ri-negoziazione e ri-elaborazione del trauma (storico, culturale), elaborando modalità di espressione e di figurazione che possano riflette sull’impossibilità di rappresentazione e di memoria, coniugando contenuti allegorici, fantasmatici e realistici atti a rappresentare una ri-messa in scena e ri-codifica dell’esperienza referente, così come aprendo alla possibilità per un nuovo percorso di storicizzazione, che getta luce sulla natura contingente e malleabile della storia.

Cavalo Dinheiro. I fantasmi della Storia

Antichi Samuel
2019

Abstract

Nel seguente saggio prenderò in esame Cavalo Dinheiro (2014) di Pedro Costa, caso emblematico al fine di attuare una riflessione sull’incomunicabilità e sui limiti della rappresentazione (irrappresentabilità) dell’esperienza traumatica. Rifiutando di insistere sulla natura incontrovertibile e univoca degli eventi in favore di una forma di conoscenza frammentaria, mettendo in sospensione la distinzione tra reale e immaginario, visibile e invisibile, presenza e assenza, vita e morte, il film segue il protagonista Ventura, personaggio simbolo della filmografia del regista portoghese, bloccato in uno stadio di paralisi, addentrarsi, immergersi e perdersi, per poi forse ritrovarsi, una coazione a ripetere, in paesaggi spettrali, foreste, ospedali psichiatrici, ambulatori, corridoi, dimensioni labirintiche della propria memoria traumatica. Le apparizioni, visioni, alterazioni che lo perseguitano sottolineano e rimarcano lo stato di delirio, irrazionalità, deformazione e frantumazione provocati dall’esperienza traumatica. L’uomo è “posseduto” dai fantasmi del passato, i fantasmi della Storia, che diventano simboli di un «passato traumatico le cui tracce rimangono per attestare una mancanza di testimonianza» (Luckhurst, 2014), morti durante l’atto di testimoniare, corpi senza una sepoltura. Il fantasma diventa figurazione della sofferenza, della violenza, del terrore, della repressione, residuo di un evento orrorifico, di un’esperienza traumatica, ritornato da un passato impossibile da dimenticare. Ventura si fa testimone incarnando la propria storia, quella di un migrante che ha abbandonato la propria la casa andata in rovina, che si interseca con quella di una nazione intera, il Portogallo, la mancata Rivoluzione dei Garofani, che nonostante abbia portato alla caduta di Salazar, ha portato anche oppressioni, emarginazioni per gli uomini e per le donne arrivati dalle ex colonie africane. Facendo riferimento al quadro teorico dei trauma studies, in linea con la con la critica postmoderna della tradizione storiografica, il mio intento è quello di mostrare come il cinema, prendendo un caso di studi specifico, possa attuare una ri-configurazione, ri-negoziazione e ri-elaborazione del trauma (storico, culturale), elaborando modalità di espressione e di figurazione che possano riflette sull’impossibilità di rappresentazione e di memoria, coniugando contenuti allegorici, fantasmatici e realistici atti a rappresentare una ri-messa in scena e ri-codifica dell’esperienza referente, così come aprendo alla possibilità per un nuovo percorso di storicizzazione, che getta luce sulla natura contingente e malleabile della storia.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.11770/337950
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