Il saggio analizza l’impatto della riforma Gentile sull’Università di Pisa tra il 1923 e il 1927, ricostruendo le relazioni fra autonomia universitaria, controllo statale e interessi territoriali. Attraverso documentazione d’archivio, annuari e relazioni rettorali, esamina l’azione di Giovanni D’Achiardi per salvaguardare l’integrità dell’ateneo e rafforzarne le risorse finanziarie, le strutture e l’offerta didattica. Particolare attenzione è dedicata alla competizione con l’Università di Firenze, all’opposizione al trasferimento della Scuola superiore di Agraria e al potenziamento del Consorzio universitario mediante il coinvolgimento di amministrazioni locali e soggetti privati. L’indagine approfondisce inoltre le condizioni del personale e la riorganizzazione degli insegnamenti, evidenziandone i legami con l’economia regionale e con gli orientamenti agrari, industriali e militari del fascismo. Il caso pisano mostra come l’applicazione della riforma fosse condizionata da problemi strutturali e strategie di affermazione territoriale già presenti nell’Italia liberale. Emergono così le tensioni fra aspirazioni all’autonomia, disponibilità delle risorse e crescente controllo politico, fino all’avvio del rettorato di Armando Carlini e al progetto di fare di Pisa un centro di cultura universitaria fascista.
«Non a parole, ma coi fatti»: l’impatto della riforma Gentile sull’Università di Pisa (1923-1927)
Federico Creatini
2023-01-01
Abstract
Il saggio analizza l’impatto della riforma Gentile sull’Università di Pisa tra il 1923 e il 1927, ricostruendo le relazioni fra autonomia universitaria, controllo statale e interessi territoriali. Attraverso documentazione d’archivio, annuari e relazioni rettorali, esamina l’azione di Giovanni D’Achiardi per salvaguardare l’integrità dell’ateneo e rafforzarne le risorse finanziarie, le strutture e l’offerta didattica. Particolare attenzione è dedicata alla competizione con l’Università di Firenze, all’opposizione al trasferimento della Scuola superiore di Agraria e al potenziamento del Consorzio universitario mediante il coinvolgimento di amministrazioni locali e soggetti privati. L’indagine approfondisce inoltre le condizioni del personale e la riorganizzazione degli insegnamenti, evidenziandone i legami con l’economia regionale e con gli orientamenti agrari, industriali e militari del fascismo. Il caso pisano mostra come l’applicazione della riforma fosse condizionata da problemi strutturali e strategie di affermazione territoriale già presenti nell’Italia liberale. Emergono così le tensioni fra aspirazioni all’autonomia, disponibilità delle risorse e crescente controllo politico, fino all’avvio del rettorato di Armando Carlini e al progetto di fare di Pisa un centro di cultura universitaria fascista.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


